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I Castelli di Montecchio, Giulietta e Romeo ed altre storie
di Fernando Zampiva


"L’historia novellamente ritrovata di due nobili amanti…"

"Secondo un’antica tradizione, Piramo e Tisbe, i due amanti babilonesi che con un legame d’amore anelavano distruggere i lunghi odi che separavano le loro famiglie e che un fatale destino traeva a morire contemporaneamente, si erano dati convegno sotto un gelso che, spettatore del miserando caso, assorbendo il sangue delle infelici vittime, tingeva di rosso cupo i suoi frutti che prima erano bianchi…"

Per lo storico arzignanese Oreste Beltrame e altri autori di quel tempo, questa leggenda, narrata da Ovidio nell’opera Metamorfosi e ricordata anche da Dante nel Purgatorio, sarebbe la base di ispirazione della novella d’amore di Giulietta e Romeo.

Luigi Da Porto, nobile vicentino, poeta e guerriero, cronista degli scontri della Lega di Cambrai, trascorse alcuni anni di vita a Montorso, presso la sua sontuosa Villa. Affascinato dalla visone dei due castelli montecchiani e molto verosimilmente ispirato da qualche buon bicchiere di vino Durello, scrisse nel 1519 la più drammatica e commovente storia d’amore di tutti i tempi.

Settanta anni dopo, William Shakesperare avrebbe composto la famosa tragedia, oggi conosciuta in tutto il mondo.

Non è qui il caso di ripercorrere le intricate vicende di quella sofferta passione amorosa che portò a "pietosa morte intervenuta nella città di Verona nel tempo del Signor Bartholomeo della Scala"; ma sarà utile invece sottolineare che, al pari di Giulietta e Romeo, anche il nostro vino accomuna le province di Vicenza e di Verona. La patria dell’uva Durella è infatti la Lessinia orientale, terra aspra ma feconda e da sempre ameno luogo d’amore.

I castelli di Montecchio, Giulietta e Romeo

Dalla leggenda alla realtà. Su un’altura che per estensione appartiene alla Lessinia orientale, nel territorio di Montecchio Maggiore, si ergono poco distante uno dall’altro i due castelli dell’amore per eccellenza. Il più esposto alla pianura è detto della Bellaguardia o di Giulietta, l’altro, meno evidente, della Villa o di Romeo.

La posizione dei due manieri, specie quello della Bellaguardia, è strategica. Non a caso gli antichi Romani istituirono qui un presidio militare per il controllo della Via Postumia e delle strade d’imbocco alle valli dell’Agno e del Chiampo. Entro le forti mura, che oggi si vedono nude e fantastiche, trovarono spesso rifugio gli abitanti di Montecchio Maggiore nei tragici momenti delle invasioni barbariche.

Nel corso dei secoli i due castelli passarono nelle mani di diversi padroni. Eretti per volontà di Cangrande della Scala nel 1354, dopo alterne vicende furono abitati dai conti Pilei feudatari dei Visconti e quindi passarono alla Serenissima. Per motivi di sicurezza, i Veneziani nel 1514 stabilirono di smantellarli, smozzicando le torri e distruggendo le merlature. Nel 1742 divennero proprietà del Comune di Montecchio Maggiore. Fortunatamente, mai furono teatro di grandi azioni belliche.

Il castello della Villa conserva la cinta con mastio e torre. Il castello della Bellaguardia, raro documento di architettura militare, fu restaurato prima dell’ultima guerra sotto la sapiente vigilanza della Sovrintendenza ai monumenti. La rocca di quest’ultimo ospita il Ristorante Giulietta e Romeo, dotato di belle sale, una delle quali, la maggiore, è affrescata dal pittore veronese Pino Casarini con alcune scene del celebre dramma amoroso.

Il Durello nella Valle del Chiampo

La coltivazione dell'uva Durella risale a molto tempo fa, ma non è dato di sapere quando fu introdotta nella Valle del Chiampo. Alcuni autori identificano la Durella nell’antica uva detta Occhio di pernice, nominata da storici come l’Alcanti e il Maccà. Altri autori, invece, sostengono che sarebbe l’antica Durasena, un’uva citata nello statuto della comunità di Costozza nel 1292. Ernesto Lanzani nel suo "Saggio di una pantografia vicentina" dice che la Durella proviene dell’oltrepò Pavese.

Lo storico arzignanese Oreste Beltrame scrive testualmente: "Ottimi e generosi vini si ottengono dalle uve marzemina, turbiana, garganega, corbina, negrara, farinente, ma la qualità più antica da noi coltivata è la Durella, che dà un grappolo ambrato". E' accertato che nell’alta Valle del Chiampo l’uva Durella si coltivava dapprima accanto alla Saccola, un vitigno arcaico oggi relegato nelle parti alte di Altissimo e di Durlo, che produce acini piuttosto grandi e rosseggianti. Poi la Durella prevalse e si diffuse su tutte le colline della zona, fino a quota 600 metri sul livello del mare.

La Durella, il cui nome va ricercato nella durezza della buccia, piuttosto che nelle caratteristiche del vino ottenuto, è un'uva bianca dal colore paglierino tendente al verdognolo. Il vitigno è relativamente resistente alle malattie, assai longevo, ed estremamente produttivo. Sui terreni più asciutti e soleggiati, dove può ben maturare, dà un vino particolarmente buono, secco, di sapore acidulo, un po’ aspro, assai tipico e profumato. Evidentemente non è un vino per tutte le occasioni. La sua generosa acidità permette di accostarlo a cibi forti. Si sposa molto bene con il baccalà alla vicentina, con le trippe, con la tradizionale sopressa, con i corgnòi (le lumache, secondo il dialetto dell’alta Valle) e con i funghi chiodini. Vanta spiccate virtù diuretiche; mischiato con l’acqua è bevanda ideale per togliere la sete estiva. Il Durello è vino a Denominazione di Origine Controllata dal 1988.

La Via Vicentina, antica strada del Durello

La Via Visentina, chiamata in certi tratti anche Strada Cavallara, Strada Carezzadora e Gassa (che in cimbro significa stradella) è da considerare pista montana fra le più antiche delle Prealpi Venete. Poiché mette in comunicazione il Tirolo con il vicentino, fu in passato una delle direttrici di scambio fra i Paesi del centro Europa e la Penisola.

La Via Visentina, che interessa particolarmente il territorio di Durlo e le creste della montagna veronese, sale da Ferrazza e, toccando le Contrade Pezzolati, Orche, Gheghe, Staudri, Lace, Rancani e Guarnieri, arriva fino al bosco dei Campilgeri, oltre la Slavina Bianca. Costeggia quindi il versante occidentale del Monte Spitz e della Montagna Alba; varca la Rocca delle Scalette e, proseguendo per Frasèle, Passo Tre Croci e Campobrun, giunge a Passo Pertica e di là, per la Valle dei Ronchi, conduce al Vo di Ala, in territorio trentino.

E’ un percorso molto irregolare e ostico, dovuto alla scabrosità del fondo stradale e alle forti pendenze, una pista montana lenta, percorribile, nella parte alta, oltre Contrada Pagani, solo a piedi o a dorso di mulo.

In base a reperti archeologici e ad alcune considerazioni di carattere storico-militare, la sua realizzazione originale dovrebbe risalire al periodo della massima espansione dell’Impero Romano. Il valore strategico è confermato dal passaggio a Sud, nella pianura veneta, della Via Postumia, importante strada a carattere sovrarregionale e punto di riferimento basilare per tutta la viabilità di epoca romana e non solo. Il piccolo castello sul Monte Purga, i cui resti sono ancora visibili, fungeva da punto di controllo per un lungo tratto montano.

Intorno al XIII secolo, la Via Visentina ebbe un certo risveglio di interesse in seguito all'arrivo delle comunità cimbre. L'esigenza delle popolazioni montane di spostarsi per scambi di natura culturale e commerciale, soprattutto nel commercio della lana, del vino e del carbone, con il trentino, la Lessinia e il vicentino, le fece assumere un’importanza non indifferente. Fino agli anni Sessanta fu percorsa da mandrie e greggi di pecore e capre che andavano a transumare nella verde conca di Campobrun.

Gli Scaligeri la ritenevano di notevole valore strategico, militare ed economico. Una disposizione datata 1329 di Can Grande della Scala e rivolta ai degani del vicariato di Arzignano li obbligava a "custodire nelle loro pertinenze la strada, per la quale si va a Trento. Devono far buona custodia, sempre a proprie spese di giorno e di notte in tempo di guerra, affinché nessuno dei nostri nemici possa assalirci attraverso al detto sentiero, e affinché in tempo di pace per quella strada non possano esser condotti senza nostro permesso frutti e biade e altre merci necessarie alla nostra città, e ne siano al contrario forniti coloro che non sono nostri sudditi".

Secondo la tradizione popolare più antica, per la Via Visentina sarebbe transitato, nel 1550, anche Carlo Borromeo, il noto vescovo di Milano, per recarsi a Trento, in occasione del sacro Concilio. Il quel tempo la comoda strada lungo il corso dell’Adige era, infatti, minacciata da briganti e malfattori. E così il sant’uomo avrebbe scelto la piccola e impervia, ma più sicura, strada montana dei vicentini.

La sua importanza tattica e di difesa rimase valida fino allo scoppio della prima guerra mondiale, quando ancora la Via Visentina raggiungeva e varcava il confine di Stato. Fu in vero anche scenario di imprese di contrabbando fra Austria e Italia, quando scambiare abusivamente tabacco, alcool, salgemma, caffè e zucchero rappresentava una risorsa. L’ultima stazione della Finanza si trovava a Frasèle, non lontano dal Passo della Scagina. Più di un contrabbandiere pagò con la vita le insidiose sfide della montagna e dei finanzieri.

Solo nel 1916 il Genio militare italiano, per ragioni belliche, costruì le due strade rotabili, che partendo da Crespadoro e risalendo una la Valle del Chiampo, l'altra la Valle del Corbiolo, conducono a Campodavanti e a Campofontana.

Lungo il tratto pedemontano della Via Visentina meritano qualche attenzione i segni di un’agricoltura una volta intensa, anche se non facile: le lastre di pietra calcarea, piantate nel terreno a fare da confine, i muretti a secco e i pochi alberi da frutto che ancora resistono. Sono i resti di un paesaggio costruito da generazioni di uomini: un popolo di formiche, che giorno dopo giorno ha disboscato, livellato e spietrato rive aspre e dure alla ricerca di un angolo di terra da coltivare.

Oggi la Via Visentina altro non è che una malagevole carrareccia, inselvatichita e immersa nella solitudine; non di rado, cespugli spinosi ne ingombrano il passaggio. Rivive il suo splendore una volta l’anno, a maggio, durante lo svolgimento di un’antica usanza religiosa. Lungo un breve tragitto della Via Visentina si svolge, infatti, un sacro rito. Le comunità di Durlo e di Campofontana portano in processione le statue lignee dei rispettivi santi patroni: Santa Margherita per i vicentini e San Giorgio per i veronesi, con l'offerta annuale di due ceri alla chiesa di Campofontana.

Seppure dimenticata dagli studiosi ed esclusa dagli itinerari turistici di massa, la Via Visentina mantiene ancora alcune tracce delle sue caratteristiche primitive, fra cui parte dell’originale lastricatura e alcuni brevi tratti incassati nel terreno. Come tale, potrebbe essere considerata un interessante esempio di strada-museo. Storia, botanica ed etnografia offrono un connubio di grande interesse.

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